FONDAZIONE F3 Famiglia Fiducia Futuro Onlus

IL TRUST

La definizione di TRUST: rapporto fiduciario in virtù del quale un soggetto (il disponente) trasferisce la proprietà di determinati beni ad un suo fiduciario (il trustee) investendolo di un obbligo (perseguimento di uno “scopo”) a vantaggio di un beneficiario o più beneficiari (tanto determinato/i che indeterminato/i ab origine) talora sotto la sorveglianza di un controllore, il guardiano.

I soggetti:

Disponente
Trustee
Beneficiari (ben. di reddito o ben. finali)
Guardiano

I ruoli sopra descritti possono essere cumulati (eccezione: una stessa persona non può accomunare le posizioni di trustee e di beneficiario), altri aspetti approfonditi sono:

Il trust “autodichiarato”
La irrevocabilità del Trust

Il riconoscimento:

Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985 relativa alla legge sui trust ed al loro riconoscimento ratificata dall’Italia con legge 364/1989 in vigore dal 1.1.1992
art. 1372 c.c. (scopo meritevole di tutela)

La meritevolezza dello “scopo” : “ ART. 1372 c.c.: “le parti possono concludere contratti che non appartengono ai tipi aventi disciplina particolare purché siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico”

Il trust è ammissibile se non contrasta con disposizioni imperative e se diretto a realizzare interessi meritevoli di tutela.

Necessità di indicare lo “scopo”:

E’ necessario per la validità del trust esplicitare nell’atto istitutivo le finalità che si vogliono perseguire, per renderne trasparenti gli obiettivi, ai fini di una loro immediate verifica di meritevolezza in relazione al 1372 cc.
due elementi essenziali del TRUST: scelta della legge e scopo dichiarato; la prima trova il suo limite nel secondo;
Tramite la scelta della legge straniera non possono essere travalicati i limiti imposti dal nostro ordinamento all’autonomia privata.

Limiti all’applicazione del trust:

ART. 15 CONVENZIONE: trovano applicazione le norme “interne” se alle stesse non si può derogare con atto negoziale.
ART. 18 CONVENZIONE: non trova spazio la Convenzione se la sua applicazione sia incompatibile con l’ordine pubblico.
Disposizioni per evitare che il riconoscimento del trust produca effetti dirompenti per l’ordine giuridico interno (ad es. non potrebbero essere “eluse” le norme sulla legittima).

Trust e legittima:

Art. 15: fa espressamente salve le disposizioni interne in tema di legittima.
LEGITTIMA: parte del patrimonio del defunto riservata al coniuge ed ai discendenti (o agli ascendenti). In caso di lesione si agisce “in riduzione”
Se l’atto di conferimento dei beni in trust lede la legittima si può agire in riduzione (anche se la legge straniera richiamata non prevede la legittima).
Addirittura nullo il trust se l’unico scopo è l’elusione delle disposizioni in tema di legittima (art. 1344 c.c.: “è nullo il contratto se costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa”).

Il trust, l’effetto segregativo:

I beni del trust sono separati dal patrimonio sia del disponente che del trustee per cui:

si ha l’insequestrabilità e l’impignorabilità dei beni da parte dei creditori personali sia del disponente che del trustee;
i beni del trust non fanno parte del regime matrimoniale o della successione del disponente e del trustee;
La separazione è assoluta: neanche i creditori personali del BENEFICIARIO possono aggredire i beni in trust, ma solo i creditori del trust.

Il Trust di famiglia:

Scopo del disponente: far fronte ai bisogni della famiglia, regolare i rapporti tra conviventi, mantenere un determinato patrimonio nell’ambito della famiglia, pianificare la successione dei discendenti.
Trustee: un terzo fiduciario ma anche gli stessi disponenti (cd. trust autodichiarato)
Beneficiari del reddito: i figli o altri componenti della famiglia (compreso il disponente se non trustee) ovvero il convivente.
Beneficiari finali: i figli o discendenti successivi, il coniuge, ovvero il convivente.
Non deve essere utilizzato per finalità elusive.
Può costituire una valida alternativa al fondo patrimoniale;
non ha limiti di carattere soggettivo (f.p. solo coniugi) né oggettivo (f.p. solo immobili, mobili registrati e titoli nominativi;
non è collegato alle vicende della coppia (f.p.: divorzio, morte, provocano lo scioglimento, salvo figli minori);
garantisce in maniera più adeguata le ragioni dei figli che diventano maggiorenni ma non sono ancora indipendenti;
consente un’amministrazione più flessibile con possibilità di sostituzione dei beni vincolati.

Il Trust di famiglia, applicazioni:

In caso di tutela dei soggetti “deboli”: scopo assicurare, sia in vita che dopo la propria morte, ai soggetti deboli i mezzi necessari al loro sostentamento, all’assistenza ed alle cure eventualmente necessarie.

  • Soggetti deboli: non solo soggetti incapaci di agire, ma anche soggetti non in grado di curare da soli i propri interessi (legge 6/2004).
  • Disponente: il genitore ma anche altro familiare o un terzo.
  • Trustee: lo stesso disponente (trust autodichiarato) o un altro familiare o anche un’associazione o altro ente operante nel settore della disabilità; è investito del potere e onere di gestire i beni secondo le indicazioni contenute nell’atto istitutivo del TRUST e nell’interesse del beneficiario.

Il Trust di tutela:

  • Beneficiari del reddito: i soggetti deboli da tutelare (ai quali assicurare i redditi o l’uso dei beni ad esempio la casa ove vivere senza mutare le abitudini di vita).
  • Beneficiari finali: gli altri figli o altri familiari o associazioni o enti o altri soggetti che si prendono cura del soggetto debole.
  • Guardiano: è opportuna la nomina. Potrà essere un genitore, se trustee è un terzo, un altro familiare, ovvero, se nominati, l’amministratore di sostegno o il tutore

Una volta approfondito e definito lo strumento si è cominciato a pensare all’architettura dell’organizzazione per permettere la sua realizzazione. In un primo momento si era pensato di indirizzare le famiglie verso la nomina di un trustee esterno, ad esempio una Società Fiduciaria, questo perché volevamo distinguere la gestione del patrimonio dalla gestione del servizio. Per gli operatori le persone disabili devono essere tutte uguali e non deve assolutamente incidere la loro situazione personale e patrimoniale nella qualità del servizio erogato, per cui si è pensato che un terzo garantisse maggiormente questa separazione e quindi si sono cercate più Società specializzate in trustee per presentarle all’assemblea con le famiglie. Nell’incontro, a sorpresa!!!, le famiglie hanno ribadito che la loro fiducia era riposta sul gruppo dirigente del Consorzio e delle cooperative e pertanto volevano, in continuità al percorso vissuto, che fossero queste persone ad assumere il ruolo di trustee e non persone estranee anche se professioniste. A questo punto si è cominciato a pensare ad una soluzione interna che però garantisse l’equità e la presenza nel tempo – anche i responsabili non sono eterni – e così si è cominciato ad approfondire lo strumento della Fondazione di Partecipazione.

Una delle criticità emerse in questi dibattiti con le famiglie era quella che spesso si aveva la sensazione che non tutte le famiglie capissero quello che si stava discutendo e alcuni ritorni confusi ci fecero sentire la necessità di approfondire se era l’argomento causa di queste interferenze o se era il linguaggio usato che portava delle incomprensioni.

Si decise così di approfondire la situazione attraverso una ricerca realizzata in collaborazione con lo Studio Vernes di Roma con gli obiettivi:

  1. di conoscere la domanda che le famiglie hanno verso i servizi forniti dalle cooperative, la soddisfazione delle famiglie rispetto ai servizi ricevuti, quali aspetti dell’offerta sono percepiti più rilevanti rispetto alle esigenze delle famiglie.
  2. Esplorare come le famiglie vivono oggi il problema della disabilità, quali rappresentazioni culturali del problema le accomunano, quali problemi caratterizzano la relazione tra famiglie, servizi delle cooperative e altre agenzie del contesto sociale che si occupano di disabilità.

Il testo delle interviste (corpus testuale) è stato analizzato mediante l’Analisi Emozionale del Testo (AET).

L’analisi ha prodotto repertori culturali (cluster), posizionati su uno spazio culturale a 3 dimensioni. Ciascun cluster è espressione di un diverso modo di simbolizzare la relazione con i servizi rispetto ai problemi della disabilità.

Altro aspetto importante che ha fatto crescere l’impresa di comunità sono stati le organizzazioni di volontariato con il loro apporto ma anche assumendo il ruolo di controllori della qualità erogata come rappresentanti della comunità locale. Il bisogno delle famiglie e soprattutto delle persone disabili si ‘raffinava’ e quindi si cominciava anche a porsi il problema del c.d. “tempo libero” che non doveva più essere solo “tempo vuoto”. Questo divenne l’ambito privilegiato di molte organizzazioni di volontariato. Dalla metà degli anni novanta uno dei temi ricorrenti negli incontri con le famiglie è stato, come accennato prima, il così detto “dopo di noi” e la domanda cruciale che molte famiglie hanno posto negli incontri è: ”cosa succederà a mio figlio quando io non ci sarò più?”.

La risposta a questa domanda ha portato alla pianificazione di un sistema di residenzialità che comprende una gamma di servizi che è stata definita anche dalla programmazione regionale, essa comprende:

a) I “gruppi appartamento”, servizi a bassa soglia assistenziale dove alcune persone disabili con ampia autonomia possono sperimentare il distacco dalla famiglia in un’esperienza comunitaria autonoma con la supervisione periodica (secondo le necessità del gruppo) di un operatore che verifica le dinamiche relazionali e la programmazione del gruppo;

b) La “case famiglia”, piccole comunità dove vive una coppia che accoglie, eventualmente supportata da operatori socio sanitari e/o educatori, alcuni disabili che hanno necessità particolari, specie nell’area affettiva, e con ritmi e tempi tipici della “famiglia”. Entrambi sono servizi tipicamente sociali e non vi è riconosciuta la quota sanitaria, quindi è a totale carico del reddito del disabile o della famiglia – solo in rari casi dei Comuni – e lo stiamo programmando per i disabili che si avvicinano all’età anziana e che non frequentano più i Centri Diurni;

c) La “comunità alloggio” servizio residenziale per persone disabili che hanno bisogno di essere tutelate, assistite nelle 24 ore e necessitano di attività educative/riabilitative per la realizzazione del loro benessere di vita, in quanto non hanno più una famiglia che si possa fare carico delle loro necessità primarie;

d) La “comunità residenziale” specifica per le situazioni di difficoltà relazionali che presentano auto o etero aggressività, che oltre ad essere tutelate abbisognano di programmi personalizzati di riabilitazione/educazione e di sostegno/formazione alla famiglia;

e) La “residenza sanitaria assistita” per persone disabili che hanno necessità di figure sanitarie costantemente presenti che quindi presentano malattie o bisogni, anche temporanei, di carattere sanitario.

La rete di tutte queste tipologie di servizi rassicura le famiglie che, alla loro impossibilità di accudire o assistere il figlio, questi sarà accolto nel servizio che maggiormente risponde al bisogno definito dalla U.V.M.D. e potrà vivere in un clima di accoglienza sul modello familiare con la presenza di altre famiglie che garantiranno la verifica costante della qualità del servizio.

La discussione si è sviluppata in diverse aree che hanno riguardato il “durante noi” con la predisposizione del Progetto di Vita da parte delle famiglie, il completamento della rete dei servizi residenziali, coordinata dal Consorzio-CCS, e implementata dalla cooperative sociali del gruppo, il dibattito, forse più interessante nell’ultimo periodo, riguardante la sostenibilità dei servizi.

In uno degli incontri tenutosi cinque-sei anni fa era emerso il tema della la sostenibilità dei servizi residenziali e diurni. Attualmente sono a totale carico dell’ente pubblico, quelli diurni (67% sul bilancio sanitario e 33% sul bilancio sociale definito dalla conferenza dei sindaci di ogni Ulss in base ad una quota pro abitante) mentre i servizi residenziali sono sostenuti da una quota sanitaria (ne esistono tre fasce in base alla gravità) a carico della Regione che la eroga attraverso le Ulss e la quota sociale o alberghiera a carico del reddito della persona disabile (se questo non è sufficiente interviene il Comune di residenza). Una delle domande emerse era riferita al paradosso che l’ente pubblico non avesse più risorse per sostenere i servizi. La discussione propose vari scenari tra i quali emerse la possibilità di chiudere quanto fino a quel momento conquistato ed organizzato. L’aria che si respirava, in quel periodo, però non presupponeva, nemmeno lontanamente, questa situazione e il dibattito continuò su altri aspetti dei servizi e sulle loro prospettive, ma in alcuni di noi (operatori e familiari) il tarlo del paradosso continuò a lavorare nelle nostre menti. Con la crisi del 2008 la provocazione riemerse con tutta la sua drammaticità. A tutt’oggi non ci sono i presupposti che gli enti pubblici non mantengano le loro responsabilità ma già si vedono i primi effetti della crisi, non ci sono più aumenti di risorse per cui le liste d’attesa rischiano di rimanere nel lungo tempo, in quanto il turn-over per i disabili è molto lungo e pertanto i posti che si liberano sono rarissimi. L’altro aspetto che era emerso riguardava la congruità dei servizi, specialmente i diurni, rispetto alla loro programmazione che come si è già detto rispondeva ad esigenze di quarant’anni fa e che le evoluzione delle famiglie e dei loro bisogni hanno, di fatto, portato fuori mercato.

Un gruppo di lavoro, coordinato dal Consorzio-CCS, cominciò a studiare delle possibili soluzioni cercando di simulare tutte le opportunità offerte dal nostro Codice Civile approfondendo sia lo strumento del fedecommesso art. 692 cc. (antica disposizione con cui il testatore, in presenza di un soggetto interdetto, impone all’erede di conservare e trasmettere ai discendenti il patrimonio ereditario unica eccezione al generale divieto di patti successori) o il contratto di assistenza, ma entrambe le soluzione presentavano diverse lacune e non rispondevano alle esigenze che le famiglie presenti nel gruppo manifestavano.

L’analisi di casi specifici, presentati dai genitori di persone disabili, ci ha portato alla ricerca di soluzioni che presentassero idonee modalità gestionali per tale tipologia di problema, non esistendo, allo stato, istituti giuridici e servizi bancari e/o assicurativi adeguati. Le considerazioni principali sono state le seguenti: ogni situazione si presenta diversa e mutabile nel tempo. Necessita quindi disporre di uno strumento giuridicamente valido e flessibile attraverso il quale di volta in volta realizzare la volontà del genitore/parente. L’approfondimento delle esperienze ci ha portato ad individuare lo strumento, secondo noi, più adatto: il trust.

L’istituzione di un trust consente di conseguire larga parte di queste finalità di protezione, mediante il conferimento, con atto tra vivi (o anche per testamento), di un patrimonio o di un’azienda, conservando, ove ritenuto opportuno, per la durata della vita di un soggetto debole o fino al verificarsi di un determinato evento, l’amministrazione ed il godimento del cespite destinato a soddisfare post mortem dei genitori i bisogni della persona disabile.